META-MORPHOSIS  | L’omaggio di Bologna a ZHANG DALI , uno dei più noti artisti cinesi contemporanei, che in città ha vissuto e scoperto la street art (23 marzo – 24 giugno)

“Tutte le mie opere hanno una stretta relazione con la realtà che mi circonda” (Zhang Dali). Inaugura il 23 marzo a Palazzo Fava, Meta-Morphosis, la prima mostra antologica di uno dei più noti artisti cinesi contemporanei, che a Bologna arrivò nel 1989 dopo i drammatici fatti di Piazza Tienanmen, rimanendovi fino al 1995.  Organizzata da Fondazione Carisbo e Genus Bononiae. Musei nella Città, la mostra è curata da Marina Timoteo e racconta la trasformazione storica, sociale ed economica della Cina degli ultimi trent’anni.

Pittore, scultore, performer, fotografo, padre della graffiti art in Cina, la definizione che meglio inquadra Zhang Dali è quella di street artist per l’irriducibile volontà della sua arte di cercare un dialogo con tutti gli elementi – umani ed architettonici, corporei ed incorporei – che permeano lo spazio urbano.  I suoi lavori, esposti nelle più importanti gallerie e musei di tutto il mondo – dal MoMa di New York alla Saatchi Gallery di Londra allo Smart Museum di Chicago –  sono frutto di uno sguardo profondamente umano e partecipe sulla Cina contemporanea e le sue contraddizioni, sui rapidissimi cambiamenti che la crescita esplosiva del capitalismo ha portato con sé, dalle condizioni di vita dei lavoratori ridotti alla serialità all’urbanizzazione selvaggia che cementifica la tradizione.

Il titolo della mostra – Meta-Morphosis – è un esplicito riferimento all’essenza stessa dell’arte di Zhang Dali, un segno di riconoscimento che lo distingue da tutti gli altri artisti cinesi suoi contemporanei: arte che tenta di rappresentare i mutamenti della Cina a partire dallo status dei lavoratori che hanno pagato il prezzo più alto della transizione al capitalismo. “Realismo estremo”, quello di Zhang Dali – secondo la fortunata espressione di Yu Ke, caporedattore del mensile Contemporary Artist e professore alla Sichuan Academy of Fine Arts – in quanto artista che si fa interprete del dovere dell’arte contemporanea di esprimere il dubbio sulla brutalità che permea la vita.

Nove le sezioni in cui sono raggruppate le 220 opere selezionate, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni, che spaziano nell’imponente produzione artistica di Zhang Dali. L’esposizione, ospitata nelle splendide sale di Palazzo Fava, affrescate dai Carracci, si apre con la serie di dipinti Human World, che Zhang Dali dipinge negli anni Ottanta, sul finire del periodo di studi all’Accademia Centrale di Arte e Design di Pechino: dipinti ad olio su carta in rosso, nero e bianco in cui dettagli figurativi si mescolano a una rappresentazione onirica, frutto del desidero di sperimentazione dell’artista in un’ottica di contaminazione tra arte orientale ed occidentale.

La rapidità dei cambiamenti urbanistici della Cina contemporanea, le macerie che fanno spazio alla modernità cancellando il passato sono al centro del ciclo di fotografie Dialogue and Demolition: sulle rovine delle costruzioni abbattute dalla furia della crescita urbana Zhang Dali traccia per anni, a partire dal 1995, il profilo del suo volto, utilizzando l’arma clandestina dei graffiti appresa a Bologna: un tracciato che, demolito, diventa finestra, rivelando il disturbante contrasto tra la Cina tradizionale e l’epoca contemporanea, e i costi della modernizzazione sul patrimonio storico e culturale.

In mostra anche il ciclo One Hundred Chinese, realizzato tra il 2001 e il 2002, documentario veritiero sulla condizione del popolo nel nuovo millennio, con la rapida globalizzazione del paese: le sculture, calchi di persone reali, diventano specchio di esistenze solo apparentemente ricche e privilegiate, in realtà stritolate dai ritmi della modernizzazione.

E ancora i grandi dipinti della serie AK-47 e Slogan: nei primi la sigla del kalashnikov, simbolo universale di guerra e sopraffazione, compone i ritratti di uomini e donne, svelando la violenza quale elemento integrante e tessuto connettivo delle esistenze. Nei secondi gli ideogrammi che compongono gli slogan della Repubblica Popolare rivelano, grazie alle variazioni di scale cromatiche, le foto-segnaletiche di uomini e donne dal volto impassibile, privo di qualsiasi segno di gioia o dolore. Volti anonimi quanto gli slogan, appiattiti in una massa umana indistinta.

La violenza lascia spazio al silenzio e alla pace quasi metafisica nella serie World’s Shadows, realizzata con l’antico processo fotografico della cianotipia, che disegna su tela di cotone o carta di riso delicate ombre umane, animali e vegetali; una scintilla di eterno che si ritrova nelle grandi statue antropomorfe in marmo bianco (hanbaiyu) a grandezza naturale della serie Permanence, in cui corpi di persone comuni, lavoratori, migranti, scolpiti nel materiale delle statue degli dei e degli eroi, il marmo, attingono al sublime che esiste in ogni singola esistenza.

La storia torna prepotentemente nei 100 pannelli della grandiosa serie A Second History, nei quali attraverso materiali d’archivio collezionati in sette anni Zhang Dali rivela impietosamente la sistematica manipolazione delle immagini operata dal regime a fini propagandistici degli anni dal 1950 al 1980.

Il percorso si chiude con la monumentale installazione Chinese Offspring, serie di sculture colate in vetroresina dei mingong, i lavoratori strappati dalle campagne per diventare parte del fagocitante meccanismo produttivo della Cina post-maoista. Una selva di sculture appese a testa in giù, a significare la mancanza di controllo che queste persone hanno sulla propria vita: una riflessione di devastante impatto sulla presente condizione di un popolo diventato ingranaggio di una macchina sulla quale non ha controllo.

“L’arte di Zhang Dali, pur confrontandosi con un orizzonte spazialmente e temporalmente circoscritto, diventa inevitabilmente una riflessione sulla condizione umana tout court: una dimensione in cui corporeità e spiritualità sono profondamente intrecciate e che, indipendentemente dalle differenze religiose, politiche, sociali rivelano l’appartenenza di ciascuno di noi ad un’unica comunità umana”, dichiara il Presidente di Genus Bononiae. Musei nella Città, Fabio Roversi Monaco.

In occasione dell’inaugurazione della mostra Meta-morphosis, il 23 marzo Genus Bononiae e MAMbo organizzano il convegno internazionale “The East/West perspective. Contemporary art Museums between economy and society”, con l’obiettivo di indagare la relazione, i ruoli e le influenze tra i musei e le politiche culturali dei Paesi e il mercato dell’arte contemporanea.

Il 24 marzo alle 18 Cineteca di Bologna proietta al Cinema Lumiere il docufilm inedito Senza Frontiere di Zheng Hao (Cina, 2018, 90’, ingresso gratuito). Il titolo del film richiama la convinzione dell’artista che l’arte sia l’unica forma espressiva capace di superare ogni frontiera e raccontare l’essenza stessa delle nostre vite.  Introducono la proiezione il regista Zheng Hao e l’artista Zhang Dali, moderati da Marina Timoteo, Direttore dell’Istituto Confucio dell’Università di Bologna e curatrice della mostra Meta-Morphosis.


Zhang Dali | Meta – Morphosis
Bologna, Palazzo Fava (via Manzoni, 2), dal 23 marzo al 24 giugno 2018

Un progetto a cura di Genus Bononiae, Musei nella città
Con il patrocinio di: Mibact, Regione Emilia-Romagna, Comune di Bologna, Città Metropolitana di Bologna, Alma Mater Studiorum-Università di Bologna.

Con il supporto di: Aereoporto di Bologna “G. Marconi”, Bologna Welcome.

Partner: Volvo, Coswell, Beijing L’elisir d’amore culture and arts co., Golden Rose
Media partner: Art Absolute, Lens.

INFO E BIGLIETTERIA

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